Prima di essere un collega lui è stato un amico, e lo rimpiango. Anche perché chi perde un amico perde una parte importante della propria storia. E gli sono grato per come mi è stato vicino in uno dei momenti più bui della mia vita.

   Per una casuale reminiscenza liceale, che risale ahimé a molti, troppi, decenni fa, mi sono ricordato di un filosofo inglese di nome Bacone,  con Galileo e Cartesio fondatore delle scienze o, meglio, del metodo scientifico, e di una sua frase nella quale diceva che c’è poca amicizia al mondo, soprattutto tra gente della stessa classe. Ebbene,  l’amicizia tra me e Gianfranco lo smentisce in pieno, è stata infatti  salda malgrado fossimo proprio della stessa classe anagrafica e della stessa classe professionale.

In un certo senso abbiamo fatto un cammino parallelo, pur nella diversità dei rispettivi caratteri e della collocazione politica, entrambi di sinistra, ma lui più a sinistra di me.

   Ci siamo conosciuti nella prima Clinica Psichiatrica italiana, quella diretta da Carlo Lorenzo Cazzullo, uomo dal carattere difficile, ma intelligente e instancabile innovatore della psichiatria italiana, essendo la sua cattedra nata agli inizi degli anni 60, dunque molto tempo prima della riforma del 1978, impropriamente detta riforma Basaglia. Coloro che sono saliti dopo di lui  su quella cattedra non hanno superato certo il valore e la lungimiranza del maestro.

   Da subito ho cominciato ad apprezzare le  doti umane e culturali di Gianfranco e ricordo le nostre discussioni e riflessioni sulla teoria e la prassi della psichiatria, lui già orientato sui suoi aspetti psiconeurofisiogici, io su quelli psico-dinamici e fenomenologici, riflessioni e discussioni sempre nel reciproco rispetto, dalle quali scaturiva un comune anelito a esercitarla nell’interesse dei più deboli, dei diseredati, degli invisibili, in un periodo storico in cui la psichiatria era la cenerentola della medicina, trascurata da chi aveva in mano la gestione del servizio sanitario pubblico.

   E’ da questo condiviso traguardo da raggiungere che si è rinforzata la nostra amicizia, continuata anche dopo, negli anni  70, quando lui si è trasferito a Pergine prima e a Voghera dopo come direttore di quei manicomi, io a Bergamo, quei manicomi che tenendo fede a quel traguardo da raggiungere abbiamo prima di tutto umanizzato e liberato dalla loro intollerabile condizione di lager, provvedendo poi a fare del territorio il luogo più idoneo a prevenire e a curare la malattia, impresa difficile e complessa, anche per lo stigma che allora si traduceva nel concetto che la malattia mentale fosse inevitabilmente portatrice di pericolosità sociale. Siamo stati, in poche parole, tra i primi ad avviare quel processo che ha portato alla grande svolta del 1978. In quegli anni abbiamo mantenuto i nostri contatti e abbiamo avuto modo di incontrarci in congressi e meeting, a quell’epoca frequenti e, perché no?, a loro modo anche occasioni di piacevoli e meritate distrazioni..

   Ci siamo ritrovati a Niguarda, agli inizi degli anni 80, lui, Giove e io, tutti e tre della classe 1929, e tutti e tre contrassegnati dalla lettera G, iniziale del nostro cognome, per cui i colleghi delle altre discipline ci chiamavano i 3 G, e questo ritrovamento ha rinnovato la nostra amicizia e ridato fiato ai nostri confronti e discussioni, a volte inquinate dalle difficoltà operative rappresentate dalla carenza di personale, dalla insufficienza dei posti-letto disponibili, dalla miopia delle varie direzioni sanitarie. Difficoltà, però, di fronte alle quali non sventolavamo bandiera bianca, avendo noi creato un tridente d’attacco quando ci presentavamo compatti in direzione a protestare, ottenendo, non sempre per la verità, soddisfazione alle nostre legittime richieste. Ma, spronati soprattutto da Gianfranco, la settimana dopo tornavamo a presentarle. Arrivano i 3 G!, annunciava quasi divertito il commesso addetto alla direzione. La quale ora apprezzava, ora no, la nostra perseveranza.                 

    Poi, all’inizio degli anni 90, sia lui che Giove sono andati precocemente in pensione, ma non per questo ci siamo persi di vista.  Io ho seguito con molto interesse il suo percorso ulteriore che ha visto  la nascita di quel modello di psicoterapia che ha portato alla fondazione della scuola, che tutti ben conoscete e che, ormai da anni, è guidata con indubbia competenza dall’amico Spiridione.

   Quegli anni, ormai lontani, sono trascorsi corti come giorni, ma sono stati anni di condivisa e accesa passione al sevizio di quella che, tra le umane sofferenze,  non ha ancora svelato del tutto il suo volto, lasciandone parte avvolta nell’ombra.    

   Si sa che, prima o dopo, cessa il peregrinare o, meglio, il nostro viaggiare su questo pianeta. Un poeta, Giorgio Caproni, degno epigono di Montale, ha scritto: “ adesso che avevo cominciato a conoscere il paesaggio, si scende -dice il capotreno- il viaggio è finito”.

   Grazie , Gianfranco, per essere stato mio leale compagno di viaggio.

Alberto Giannelli

Milano, 7 aprile 2021